Le origini

Il cantiere per la realizzazione della Villa Belgiojoso-Bonaparte, sede dal 1921 della prestigiosa Galleria d’Arte Moderna di Milano, si apre nella primavera del 1790 a ridosso dei Giardini Pubblici. Il diplomatico Ludovico Barbiano di Belgiojoso aveva infatti incaricato l’architetto Leopoldo Pollack, allievo di Giuseppe Piermarini, di realizzare per lui in quest’area, ancora scarsamente edificata, la sua nuova dimora milanese. Nel disegnare il palazzo signorile, Pollack decide di rievocare i caratteri delle rinascimentali ville suburbane, adoperando uno schema planimetrico a U, e di coniugarli alle qualità del modello parigino degli hôtels particuliers, imitati nell’uso dei cortili e nelle scelte distributive interne. Ne risulta il progetto di un edificio composto da un corpo centrale a tre piani, affiancato orizzontalmente da due ali gemelle di poco più basse, che consentono di creare una grande corte d’onore davanti agli ingressi principali e due corti laterali di servizio. L’apparato ornamentale esterno, disegnato anch’esso da Pollack, conferisce al complesso eleganza e monumentalità: il prospetto verso strada è caratterizzato dall’alternanza di elementi in intonaco bianco e in pietra grigia e, nella porzione centrale, di un ordine gigante di colonne con capitelli ionici, sormontato da trabeazione e balaustra, posto al di sopra di un basamento bugnato e con tre fornici; il fronte verso il giardino, invece, propone per tutta la sua estensione il motivo delle colonne giganti e sui corpi laterali aggettanti inserisce timpani triangolari. Completano i prospetti statue e bassorilievi scolpiti con soggetti mitologici, secondo un programma iconografico suggerito da Giuseppe Parini e realizzato da Donato Carabelli, Cesare Ribossi, Andrea da Casareggio, Grazioso Rusca, Carlo Pozzi e Angelo Pizzi.

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Il palazzo ai tempi di Lodovico Belgiojoso

La disposizione interna distingue nettamente spazi di servizio da ambienti signorili: cantine, cucine, depositi per la legna e il carbone e la ghiacciaia sono relegati al livello dei sotterranei, mentre al piano terreno sono collocati l’appartamento del signore, la “camera di ricevimento”, accessibile da un vasto vestibolo aperto sul giardino, l’“appartamento del Forestiere” e gli spazi per l’amministrazione. I sotterranei e il piano terreno sono già allestiti e abitati dalla famiglia Belgiojoso nel 1974, pur non essendo il palazzo ancora terminato in tutte le sue parti: manca infatti di completare il piano primo, destinato agli ambienti per la vita sociale (ovvero sale da conversazione, sale per il gioco e per il biliardo), a due appartamenti privato, di cui uno probabilmente per la padrona di casa e l’altro per gli ospiti, e al “quartiere degli inservienti”.

La distribuzione interna degli ambienti evita l’uso di infilate di stanze successive, tipico dei palazzi italiani rinascimentali, per preferire l’adozione di disimpegni e scale di servizio, secondo uno modello di abitare in voga dal Settecento in Francia. In questo modo è infatti più facile razionalizzare i percorsi, separare gli ambienti e renderli indipendenti all’interno dello stesso complesso, rispondendo alle necessità abitative di un ospite o della famiglia nelle diverse stagioni dell’anno.

Oltre all’uso dei dégagement (i disimpegni), altri elementi di provenienza straniera introdotti nella villa sono alcune innovative attrezzature igieniche, quali ad esempio una “comoda inglesa”, e le carte da parati dipinte a mano. Agli occhi dei milanesi, anche il giardino pittoresco realizzato nel parco costituisce un elemento di novità e risente dell’influenza straniera: il giardino di Villa Belgiojoso è infatti il primo disegnato all’inglese all’interno della città. Il parco accosta elementi naturali a piccole oggetti di architettura e d’arte, come statue, vasi di fiori, una grotta, dei ponti, un tempietto monoptero su una collina e una “tenda greca”, ovvero una coffe-house con sostegni in legno e rivestimento in tela.

Concluse le opere architettoniche, nel 1973 è avviata la decorazione delle varie stanze, tradizionalmente attribuita a Giocondo Albertolli. Gli ambienti al piano terra sono ornati riccamente con stucchi policromi e pavimenti in scagliola di marmo – oggi rimossa - la cui suddivisione geometrica corrisponde al disegno dei rispettivi soffitti. Tra gli ambienti meglio riusciti vi sono una delle sale verso il giardino, decorata con quattro vele ornate con rami di vite ricongiunte nel centro e con medaglioni con figure mitologiche (Cerere, Dioniso, Flora, Giove), e quella subito successiva, in cui compaiono gli stemmi araldici della famiglia Belgiojoso.

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L'arrivo di Napoleone

Con l’ingresso dei Francesi a Milano nel 1796, la campagna decorativa della villa si arresta: l’edificio è infatti requisito dal governo della Repubblica Cisalpina e restituito a Belgiojoso nella primavera del 1799. Dopo la morte del suo legittimo proprietario, avvenuta il 15 maggio 1801, nello stesso anno, la villa è concessa in affitto alla Repubblica Italiana per tre anni, a partire dal 29 settembre. Oltre a ospitare Letizia Ramolino Bonaparte, madre di Napoleone, in visita a Milano alla fine di marzo del 1802, nel periodo di locazione, l’edificio è abitato da aprile del 1802 ad agosto del 1803 da Gioachino Murat. Il generale delle truppe francesi in Italia incarica Luigi Canonica, allora soprintendente delle Fabbriche nazionali, di apportare alla villa una serie di migliorie, tra cui il completamento e la decorazione del piano nobile. Il primo piano, infatti, nel momento della stipula del contratto di locazione si presentava ancora rustico, privo di serramenti e di arredi. Le opere di completamento della villa subiscono un’accelerazione a partire da gennaio 1803, ovvero quando l’edificio è acquistato dal governo e ribattezzato Villa Bonaparte. Questa titolazione è consolidata nell’anno successivo, quando, costituito il Regno d’Italia, il palazzo entra a far parte dei Beni della Corona ed è messo a disposizione del nuovo sovrano, Napoleone - che qui in realtà non soggiornerà mai -, e del viceré, Eugenio di Beuharnais, che ne farà invece la sua dimora milanese prediletta.

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La Villa di Eugenio di Beuharnais

Per dare alla villa aspetto regale, il piano terreno è rinnovato nel decoro e negli arredi e riorganizzato e il piano nobile è finalmente completato. Solo il seminterrato mantiene inalterata la sua destinazione d’uso. Nel corpo centrale, al piano terra, sono inseriti gli ambienti di rappresentanza e le sale di ricevimento, mentre nelle porzioni d’angolo sono collocati l’appartamento del Gran Maggiordomo e il gabinetto privato del viceré. Per consentire un miglior collegamento tra questo e gli ambienti privati al piano superiore è aggiunta una scala interna in muratura. Il piano primo è abitato nel 1810: qui trovano posto le sale di ricevimento della viceregina Amalia, del Ciambellano e della Dama al suo servizio, l’appartamento privato dei sovrani, l’appartamento della Principessa di Bologna, il maestoso Salone da ballo e l’elegante Sala da pranzo. Questi ultimi ambienti presentano le decorazioni più ricche e ricercate della villa. Il Salone da ballo è ornato alle pareti con un sistema binato di colonne doriche e con un soffitto a rosoni inscritti in lacunari esagonali, ripresi nel disegno a intarsio del pavimento in legno. Completano l’ambiente quattro sovrapporta di Grazioso Rusca raffiguranti episodi eroici celebrativi della figura di Napoleone. Al centro del soffitto della Sala da pranzo, invece, spicca il celebre affresco delParnaso, opera di Andrea Appiani - pittore regio dal 1805-, che lo esegue in soli due mesi, nel 1811, concertando il soggetto con il poeta Luigi Lamberti. Con Beauharnais l’apparato decorativo della villa si arricchisce di svariati mobili e suppellettili, alcune opere d’arte (come un busto di napoleone), tappezzeria in stoffa di lampasso, moella o raso e quelle dipinte con figure di animali da Carlo Antonio Raineri.

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La caduta dei Francesi

Con la trasformazione in Villa Reale anche il giardino è ampliato su disegno di Canonica: è acquistato un terreno confinante dove poter collocare una serra in legno con copertura a una falda, e altri piccoli edifici monumentali o divertissement, molti dei quali non realizzati. La caduta dell’impero napoleonico e la conseguente fine del Regno d’Italia bloccano infatti le opere di abbellimento e di ampliamento della villa studiate dall’architetto regio.

Nel 1814 il complesso è occupato dal generale Heinrich Joseph conte di Bellegarde, governatore provvisorio della Lombardia, poi ricompreso nei Beni della Corona del Regno Lombardo Veneto e gestito dall’ingegnere Giovanni Battista Bareggi, sostituto di Canonica. A quest’epoca risalgono le ultime opere di decoro, come i soffitti di due stanze al piano terreno con ritratti di pittori di nota fama (tra i quali è compreso Andrea Appiani) e il soffitto monocromo a finto stucco della Sala del Cembalo, disegnati da Gaetano Vaccani tra il 1813 e il 1827.

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Cdrr - Villa Reale di Milano
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