La storia

La storia della Villa Reale di Monza è lunga più di 200 anni e strettamente legata alle vicende storiche delle diverse case regnanti d'Europa che si alternarono nel governo della Lombardia. Nel corso degli anni si susseguirono lavori di adattamento, ammodernamento ed adeguamento funzionale e decorativo per renderla sempre consona ai suoi nuovi abitanti, all'evoluzione del gusto e del vivere. Gli interventi più significativi si possono riassumere in tre fasi: il progetto originario asburgico, l'adeguamento francese e quello sabaudo che le conferirà l'assetto attuale.

Sorta tra il 1777 ed il 1780 come residenza di campagna dell'Arciduca Ferdinando d'Austria, governatore della Lombardia, si trasforma presto in sede estiva del potere politico che qui trasferiva le sue funzioni nella bella stagione. Il progetto originale è di Giuseppe Piermarini, che realizzò un edificio ad "u" intorno ad una corte d'onore, affiancato da edifici rustici organizzati a corte, con giardini "all'italiana", orti e serre nell'area prospiciente e giardini "alla francese" ed "all'inglese" sul retro.

Resta degli Asburgo fino all'arrivo di Napoleone Bonaparte, vittorioso nella campagna d'Italia del 1796. Dopo aver corso il rischio di essere abbattuta, con il mutamento del clima politico in Francia e la nascita del primo Regno d'Italia, diventa sede del viceré Eugenio di Beauharnais. Viene realizzato al suo interno un teatrino che prende il posto delle cucine, spostate altrove, e arricchita con il Parco Reale, modello di tenuta agricola e riserva di caccia, mentre i giardini "alla francese" vengono completamente ridisegnati da Luigi Canonica nelle forme del giardino "all'inglese".

La fine del Regno d'Italia nel 1814 vede il ritorno degli Asburgo con l'arciduca Ranieri che vi dimora dal 1818 fino al 1848. Grande appassionato di botanica, l'arciduca cura particolarmente la realizzazione di nuove serre e le migliorie di quelle esistenti, oggi quasi completamente scomparse. In seguito ai moti del 1848, Ranieri lascia la villa che dopo qualche anno diviene residenza estiva del feldmaresciallo Radetzky, governatore generale e comandante militare del Lombardo-Veneto durante l'impero di Francesco Giuseppe. Viene sostituito nel 1857 da Massimiliano d'Asburgo, fratello dell'Imperatore, che vi abita con la moglie Carlotta nel breve periodo che va dal 1857 al 1858.

L'anno seguente, la battaglia di Magenta segna la fine del regno ausburgico in Lombardia e l'arrivo dei Savoia. Dopo un periodo di scarso utilizzo da parte di Vittorio Emanuele II, la villa diventa di proprietà del principe ereditario Umberto e di sua moglie Margherita, i quali vi soggiornano regolarmente nel periodo estivo a partire dal 1868 fino al 1900. La coppia considera questa la "propria vera casa" e dal 1878 dà il via ad una serie di interventi di adeguamento decorativo ed ammodernamento funzionale che riguardò soprattutto gli appartamenti privati con importanti modifiche distributive, mentre le stanze di rappresentanza videro interventi contenuti e solo all'apparato decorativo. Il 29 luglio del 1900 l'assasinio del re Umberto I, avvenuto a poche centinaia di metri dalla villa per mano di un attentatore anarchico, decreta la chiusura e l'abbandono della villa da parte dei Savoia.

Tornata nel patrimonio demaniale viene utilizzata per usi diversi e molto lontani da quello originario che hanno rischiato di comprometterne la conservazione, fino alla fine del secolo scorso, quando interventi di restauro da parte della Soprintendenza ai Beni Culturali danno inizio al recupero della villa.

Il resto è ormai cronaca; è infatti in atto un nuovo intervento di restauro e di rifunzionalizzazione che si spera possa restituire, almeno in parte, alla collettività un tesoro d'arte oltre che un pezzo della propria storia.

 

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La residenza di campagna dell'arciduca Ferdinando d'Asburgo

Quando nel 1775 l'Arciduca Ferdinando d'Asburgo, governatore della Lombardia, comincia a pensare alla realizzazione ex-novo di una residenza di campagna per sé e la sua corte, a Piermarini, Architetto Regio, si presenta finalmente l'occasione per esprimere a pieno la propria poetica. Certamente già con la costruzione del Palazzo Reale di Milano gli si era presentata l'occasione della vita: arrivato a Milano come aiuto del grande maestro Vanvitelli, forse, non avrebbe mai immaginato di trovarsi a sostituirlo nell'incarico, considerato dal suo maestro troppo gravoso per i numerosi vincoli posti dalla Corte asburgica. In quel caso, infatti, si trattava di riadattare ad un uso più moderno il vecchio Palazzo Ducale dei Visconti-Sforza, rendendolo più comodo, decoroso e consono ad un'importante corte settecentesca.

Il lavoro del Piermarini, nominato allora "Regio Architetto", lasciò la Corte pienamente soddisfatta, tanto da affidargli pochi anni dopo anche il progetto di una residenza di campagna, da realizzare questa volta dalle fondamenta, e quindi senza potenziali vincoli se non quelli economici, argomento sempre molto caro a Vienna. Per il progettista significava la possibilità di esprimere pienamente la propria architettura. Si mise subito all'opera visitando e studiando le numerose ville di delizia all'epoca esistenti nell'area a nord di Milano ma senza dimenticare i prestigiosi esempi di Shönbrunn e Versailles, né la sua esperienza a Caserta.

Ne risultò un progetto che oggi viene considerato il suo capolavoro.

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Il progetto di Giuseppe Piermarini

Nell'anno 1777, datato 17 aprile, arriva da Vienna un dispaccio imperiale con cui Maria Teresa d'Austria ufficializza la sua decisione di finanziare la costruzione di Monza con 70.000 zecchini. Ci vollero solo 3 anni per l'esecuzione dei lavori, che risultano pressocché terminati già nel 1780.

La Villa accoglie da lontano l'ospite con un lungo viale prospiciente che esalta con effetto scenografico l'impianto del complesso. La sua maestosità e regalità sono interamente affidate ad un sapiente gioco di volumi distribuiti lungo una forma ad "u" rovesciata. Nella parte centrale l'elemento più rappresentativo, destinato ad accogliere gli ambienti di società, è inquadrato da due ali laterali, che ospitavano gli appartamenti privati, a formare una corte d'onore conclusa alle estremità da due volumi cubici identici per forma ma diversi per funzione: a nord la Cappella Reale, a sud la Cavallerizza . A completare l'insieme su entrambi i lati, due edifici rustici più bassi organizzati a corte. Un ampio giardino "all'italiana" occupava l'area antistante la corte d'onore, affiancato dalle zone per gli orti e le serre.

L'attenzione riservata agli elementi volumetrici si rispecchia nella semplificazione del partito decorativo, che si limita a sottolineare l'asse centrale dell'ingresso con un doppio ordine architettonico di paraste (tuscaniche e ioniche), che nel resto dell'edificio si riducono a semplici fasce lievemente in risalto che inquadrano le finestre. Queste presentano delle cimase alternativamente curvilinee e a timpano nel piano nobile, e rettilinee nel piano superiore.

Questa semplificazione veniva sicuramente incontro ai desideri di economicità della committenza ma rispondeva anche alla necessità, dettata dai principi del Neoclassicismo, di rigore formale e di ritorno all'autenticità dell'architettura incarnata dai maestri classici dell'antichità e del Rinascimento. Quindi nel dar seguito alla richiesta di attenzione alle spese espressa dalla corte asburgica, il Piermarini non dovette rinunciare alla sua idea di Architettura; al contrario ci fu tra l'architetto ed il granduca una naturale convergenza d'interessi che, oggi possiamo dire, fu alla base della riuscita del progetto.

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Il paesaggio, il territorio e la prospettiva

Pur con l'intento di un profondo rinnovamento del linguaggio architettonico e della ricerca funzionale, nel rapporto con il territorio ed il paesaggio Piermarini adotta l'impostazione barocca e tardobarocca, esemplificata da Versailles, Schönbrunn e Caserta.

Questa vedeva il paesaggio come giardino gerarchicamente strutturato sulla base di un asse longitudinale, di cui l'edificio costituiva lo sfondo prospettico. A questo elemento, fisico (viale rettilineo, specchi d'acqua, ecc...) e visivo (cannocchiale prospettico), il territorio era collegato da un sistema di assi viari che ponevano l'edificio in una posizione di centralità, interpretazione materiale e simbolica del potere stesso del signore. La dimora signorile, infatti, veniva così a trovarsi al centro di un sistema a stella, in cui svolgeva il ruolo di elemento separatore ma anche ordinatore tanto del tessuto urbano quanto del paesaggio, esprimendo così il potere assoluto del signore tanto sugli uomini quanto sulla natura.

La Villa di Monza mostra un impianto del tutto simile, seppure in tono minore: un asse viario alberato prospiciente, si trasforma in asse di simmetria del corpo di fabbrica, individuandone gli ambienti più importanti, l'atrio ed il gran salone, ed esce dalla parte opposta come un lungo asse prospettico aperto all'infinito verso la campagna briantea. Ancora più evidente ciò appare dai disegni originali che sono giunti fino a noi e che mostrano sul retro della villa un giardino "alla francese" impostato su un lungo asse fatto di terrazzamenti gradonati,e specchi d'acqua per concludersi in un ninfeo. Il giardino come lo si può vedere oggi, invece, è frutto di una modifica voluta dai Francesi durante il periodo napoleonico e realizzata da Luigi Canonica, il quale, pur trasformando il giardino "alla francese" in un giardino "all'inglese" rispetta questo elemento così importante, reinterpretandolo nel nuovo linguaggio paesaggistico.

Assolto così alla funzione di rappresentazione del potere, Piermarini non rinuncia però ad esprimere l'innovazione nella progettazione del giardino ma la riserva ad un'area più appartata, quasi a definire una zona più intima e privata, dove realizza, per la prima volta in Italia, un giardino sull'esempio di quanto si andava elaborando su questo tema in Inghilterra.

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La "trasparenza" ed il rapporto con le ville di delizia

Quando dal viale d'ingresso si entra nella corte d'onore, l'asse di simmetria della fabbrica attraversa il pianterreno con una prospettiva che collega direttamente la corte con il giardino retrostante.

Lo stesso accade al piano nobile, dove la sequenza atrio-salone è messa a diretto contatto visivo per mezzo di portefinestre con il viale d'ingresso da una parte e l'asse prospettico dei Giardini dall'altra.

Questa "trasparenza" accomuna la Villa di Monza con le molte ville di delizia della Brianza, con le quali condivide anche altre caratteristiche. Nel XVIII secolo, infatti, in Lombardia si era arrivati alla codifica di uno schema tipico per questo genere di costruzioni che rispecchiava una rigida distribuzione degli ambienti e delle funzioni su un impianto planimetrico ad "u": nel corpo centrale l'abitazione signorile, suddivisa in stanze "di parata" (di rappresentanza) e stanze "di comodità" (appartamenti privati). Gli ambienti di servizio: cucine e scuderie, erano dislocati nelle ali laterali che terminavano con due volumi simmetrici che potevano però ospitare servizi diversi di cui uno spesso era la cappella gentilizia. Una rigida simmetria, infatti, accomunava tutte le ville settecentesche lombarde, imponendo volumi identici anche a dispetto di funzioni diverse. Lo scalone monumentale era spostato di lato per consentire quella "trasparenza" data dal diretto contatto visivo tra fronte e retro della villa.

Tutte caratteristiche che si ritrovano puntualmente nella Villa Reale anche se adattate alle esigenze di una corte imperiale sia nelle dimensioni che nella distribuzione. Così le ali laterali vengono riservate anch'esse alle camere da letto per i personaggi del seguito, mentre per i locali di servizio vengono realizzati due edifici a corte rigorosamente simmetrici. La Cappella Reale è situata in uno dei due volumi che chiudono la corte, con l'ingresso originale parallelo a quello principale della Villa, come quello visibile ancora oggi nella Cavallerizza, che tante critiche aveva portato al Piermarini per averla voluta quasi in tutto identica.

La posizione riservata solitamente alla cappella nelle regge era molto diversa: all'incrocio tra corpo centrale e ala laterale e con la cupola emergente che ne denunciava la presenza dall'esterno. Al contrario Piermarini fa di tutto perché questa presenza emerga il meno possibile per non disturbare la simmetria generale.

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La funzionalità

La passione per le materie scientifiche e matematiche, e soprattutto per la meccanica, presente già dagli anni giovanili rimane una costante nella sua vita e contribuisce notevolmente ad una forma mentis che lo rende particolarmente incline ad un approccio razionale dell'architettura lontano da puri accademismi.

Il suo metodo progettuale procede per assemblaggio di parti definite dalle funzioni a cui devono assolvere, come fosse un meccanismo, e se il risultato può a volte sembrare scarno, come è avvenuto nel caso del giudizio negativo dato da molti suoi illustri contemporanei sulla sua opera, oggi risulta un importante tassello verso un modo nuovo di progettare che sfocerà molto tempo dopo nel "Razionalismo".

Alla luce di ciò il rapporto con il tipo lombardo della villa di delizia appare più complesso. Se, come si è detto, ne adotta alcune caratteristiche: impianto ad "u", simmetria, trasparenza, ne modifica delle altre. Tra queste la più importante è la riduzione del sistema di spazi di rappresentanza (generalmente costituito da corte d'onore, porticato a colonne, scalone monumentale, galleria e sala da ballo), a favore di un percorso d'onore: corte d'onore, scalinata, atrio, salone, molto contratto che risponde alla funzione riducendone la sontuosità.

Anche la rinuncia alla tradizionale enfiladedi stanze aperte una nell'altra e l'inserimento di lunghi corridoi centrali di disimpegno risulta estremamente funzionale perché consente l'autonomia degli ambienti che vi si affacciano, permettendo una maggiore privacy nel servizio. Al tempo stesso rendono possibile una grande flessibilità nella gestione delle stanze, consentendo di definire appartamenti di taglio diverso semplicemente assegnando a ciascun ospite un numero di stanze variabile in base al suo rango.

Estremamente funzionale risulta poi la soluzione adottata nell'atrio; dove una volta a vela su pilastri definisce uno spazio centrale ad ottagono che lascia in secondo piano i numerosi ingressi (14) che si aprono tutti intorno, trasformando un incrocio di percorsi in uno spazio centralizzato che assolve degnamente alle funzioni di accoglienza e rappresentanza.

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L'eco del maestro

Nell'aspetto come nell'organizzazione funzionale e distributiva la Villa Reale di Monza è molto diversa dalla Reggia di Caserta, capolavoro del Vanvitelli, ma nel progetto dell'allievo si percepisce ancora l'eco del maestro.

Giungendo dalla corte d'onore, ad esempio, la visione del profondo cannocchiale prospettico, che attraversa il pianterreno per perdersi nell'infinito della campagna briantea, non può non riportare alla mente la scenografica prospettiva del parco della Reggia di Caserta, che accoglie i visitatori all'ingresso guidandone lo sguardo lungo i successivi specchi d'acqua fino al Bagno di Diana, sotto la cascata del monte Briano.

Salendo al piano nobile il visitatore è accolto in un atrio ottagonale che reinterpreta con linguaggio più austero ma con la stessa qualità spaziale quello che, a Caserta, in cima allo scalone monumentale immette agli appartamenti reali.

Entrando nel salone da ballo due ampi trompe-l'oeil disegnano sui lati corti della sala semicalotte sferiche che ricordano molto da vicino quelle presenti nell'atrio rettangolare di Villa Campolieto a Resina, sempre opera del Vanvitelli.

Infine uscendo nei giardini, in una zona appartata verso nord-est, troviamo un giardino "all'inglese", risultato della ricerca progettuale più avanzata in tema di giardini, così come avviene a Caserta, dove un giardino dello stesso tipo è ospitato in un area in fondo al grande asse delle fontane, proprio accanto al Bagno di Diana. I due giardini, realizzati pressocché negli stessi anni, si contendono il primato come primo giardino "all'inglese" in Italia, entrambi precedenti rispetto ad un celebre libro sull'argomento di Ercole Silva che diffonderà il genere nella penisola.

In conclusione, per usare i termini del Firmian nel rassicurare Vienna sul progetto di cui inviava i disegni, la Villa Reale risponde "al puro bisogno" insieme alla "conveniente decenza". Nel far ciò Piermarini non solo definisce un nuovo approccio progettuale ma interpreta in modo innovativo ed originale il tema della residenza regia rielaborando in modo nuovo la tipologia della "villa di delizia".

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